Visita al Museo dell’Auto di Torino

By Classic

Anche se non siete particolarmente appassionati di auto, una visita al Museo Nazionale dell’Auto di Torino merita il biglietto d’ingresso. E’ invece un passaggio obbligato per chi ama la storia dell’auto, il design e la cultura sociale, raccomandato a visitatori di qualunque età.

Localizzato a circa un chilometro dal Lingotto di Torino, questo Museo può essere facilmente raggiunto anche in auto, con diversi parcheggi in prossimità della struttura.

Già esternamente, il Museo inizia il suo omaggio al design, grazie ad una tecnologica copertura esterna che di fatto avvolge l’intera struttura espositiva.

Come per altri Musei di valore, l’atrio ricopre un ruolo di accoglienza preparando alla visita, il cui inizio avviene con la salita da una scala mobile a senso unico. La partenza dell’itinerario è al secondo piano, da cui si snodano gli elementi espositivi in ordine cronologico.

I primi veicoli in esposizione sono datati prima del 1900, ed hanno il compito di aiutare il visitatore nel comprendere lo sviluppo della mobilità privata nel corso di un secolo, con tanto di ambientazioni messe in scena per una immersione ancora più realistica nel periodo storico.

Apprezzabili i numerosi filmati delle differenti epoche storiche, in grado di trasmettere lo spirito sociale dell’epoca, e della storia della mobilità italiana. Un tuffo nel passato, che risulta sempre gradevole ed istruttivo per chi non lo ha vissuto.

Le ambientazioni sono uno dei punti di forza dell’esposizione torinese, decisamente suggestive e stimolanti, con il supporto di chiare indicazioni alla base di ogni veicolo.

I modelli esposti risultano generalmente in buone condizioni, come dimostra questa Fiat 24/32 HP del 1905: solo 36 cavalli con una cilindrata di 7363 cc, ovvero l’antitesi dei motori contemporanei di oggi che propongono 120 CV con  1000 cc di cilindrata.

Sono presenti marche di diverse nazionalità, con un occhio di riguardo ai modelli disegnati dalle importanti carrozzerie italiane dell’epoca, un aspetto che troviamo in linea con la storia della città che ospita il museo.

Non mancano anche produzioni di altri continenti, come l’americana Buick 41C Special del 1936, un 8 cilindri di 3820 cc e 93 CV di potenza. Durante la nostra visita, non abbiamo invece rilevato la presenza di marche e modelli giapponesi.

Questa Jeep del 1941 è un vero pezzo di storia, come dimostra la suggestiva ambientazione in cui le macerie da una parte evidenziano le capacità fuoristradistiche del modello, dall’altra sottolineano l’effettivo distruttivo di ogni conflitto bellico.

L’ambientazione di questa Fiat Turbina del 1954 è semplicemente splendida, così come la vettura: un prototipo mai entrato in produzione, il cui esasperato aspetto aerodinamico richiama la potenza del motore a turbina, capace di 300 CV a 22000 (ventiduemila) giri motore.

Due anni dopo, nel 1956, arrivava la Fiat 600 Multipla con un concetto inedito per quei tempi, che verrà successivamente ripreso dallo stesso costruttore per il modello Uno: grande dentro ma piccola fuori, con un design che si sottomette alla praticità ed alle esigenze di una famiglia in trasferta nel week end.

Fascino senza tempo, per la Packard Super-Eight del 1937, un classico reso popolare dai numerosi film in cui appariva: il nome deriva dal motore 8 cilindri, mentre la carrozzeria poteva essere berlina, cabriolet, coupé oppure torpedo.

Qualche anno più tardi, anche gli italiani prendevano ispirazioni oltreoceano, come dimostra la Fiat 1900 B Granluce del 1958, una due porte che anticipava la moda del bicolore, iniziando a proporre numerose cromature.

Tre vetture che hanno condiviso la stessa idea: all’insegna del ‘piccolo è bello’ troviamo (da sinistra) la Fiat 600 del 1955 pratica ed acquistabile a rate, mentre la Vespa 400 del 1958 trovò fortuna in Francia con il suo motore bicilindrico di 393 cc e 14 CV.

Il ‘Cinquino’ del 1968 si presenta da sé, nuovamente con un bicilindrico di 499,5 cc ed una potenza di 18 CV, per una velocità massima di 95 km/h.

Velocità che la Jaguar E-Type del 1969 superava con facilità, grazie al motore 6 cilindri di 4200 cc ed i suoi 269 CV che consentivano 240 km/h. Era il sogno di una generazione, ed il suo fascino è sottolineato dagli ammiccanti video riprodotti nel monitor.

Di tutt’altro fascino, era invece dotata la Citroen 2 CV AZ del 1958, il cui successo si deve da una parte all’originalità, dall’altra all’economico listino che rispecchiava la potenza pari a 12 CV del motore due cilindri di 425 cc.

La Trabant 601  del 1987 è oggetto di un’altra curata ambientazione, in cui viene riprodotta l’epoca del muro di Berlino e le sue postazioni di controllo: Trabant era protagonista dal punto di vista storico, sociale ed economico.

Al termine del percorso al secondo piano del Museo, troviamo due ambientazioni, con da una parte alcuni veicoli futuristi a basso impatto ambientale, contrapposti ad una scena apocalittica in stile ‘fine del mondo’.

Un sintetico cartello didascalico sintetizza il concetto di questa installazione: o si cambia iniziando una nuova epoca oppure è la fine di tutto.

Abbandonato il secondo livello ed il suo intrigante percorso, scendiamo verso i due rimanenti piani, e le zone dedicate a singoli aspetti della storia dell’auto, dalla componentistica al design, passando per i motori.

Il primo piano si sviluppa su otto differenti sale, tra cui abbiamo apprezzato ‘Sinfonia Meccanica’ dedicata a scoprire cosa c’è sotto il vestito di un’auto: motore, telaio e ruote.

Certamente, la sala ‘Formula’ riservata alle competizioni sportive merita di essere visitata con maggiore attenzione, anche se non si è fanatici di corse. Le animazioni che scorrono lungo la parete a ridosso delle vetture, sono efficaci nel conferire una sensazione di movimento, in linea con le prerogative di quest’area del museo.

La Mercedes-Benz W196, esposta in uno spazio dedicato, merita più di uno sguardo rapido. Con il suo motore 8 cilindri di 2496 cc, già nel 1954 proponeva 290 CV e 290 km/h.

Il Museo torinese ospita anche esposizioni a tempo, come quella che riguarda lo studio di progettazione Fioravanti, presente fino al prossimo 19 settembre.

Esemplari unici del lavoro di progettazione sono esposti in una apposita sala, con amplie didascalie che hanno il compito di fornire informazioni utili nel comprendere l’approccio stilistico, definendo lo sviluppo temporale dei lavori.

Nel caso di Fioravanti, difficile resistere alle forme minimaliste del prototipo LF1, con cui viene immaginata una vettura destinata alla più popolare tra le competizioni motoristiche.

In uscita dal Museo, d’obbligo uno sguardo al negozio che propone gli immancabili souvenir, oltre ad interessanti libri per chi volesse approfondire singoli aspetti della storia dell’auto, oppure il libro ufficiale del Museo.

Un annesso bar-ristorante ha il compito di rifocillare i visitatori, prima o dopo la visita a questa struttura espositiva che meritatamente rivendica la sua importanza a livello nazionale.

Bruno Bianchi

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Last modified: 5 luglio 2018